calendario con data e orologio



Net-Parade

Migliori Siti

LETTORI FISSI

domenica 31 marzo 2013

PASQUA 2013 IN DIRETTA


CARISSIMI  PASQUA IN DIRETTA.
AUGURI E FACCIAMO UN SORRISO





QUESTE FOTO E VIDEO SONO
FATTE ALLE 10.00
UN CARO SALUTO A TUTTI/E

giovedì 28 marzo 2013

BUONA PASQUA PER TUTTI

Carissimi amici e amiche, nonostante che mi 
trovo ingarbugliato come vedete ho 
trovato il tempo  di fare a tutti/e 
la buona Santa Pasqua.  
chiedo scusa se non passo nei vostri blog 
ma mi è proprio impossibile
Ecco qui l'alberello segno della Pasqua
un abbraccio a tutti/e

martedì 26 marzo 2013

UNA SORPRESA

ANNUNCIO FELICE CHE  
NET-PARADE.IT
MI A PREMIATO BLOG D'ORO 
Blog Gold
QUI CARI AMICI E AMICHE
TUTTO BIANCO COME NATALE

domenica 24 marzo 2013

RIPRENDO CON IL RACCONTO DELLA MIA VITA, OTTAVO CAPITOLO


OTTAVO CAPITOLO
Nel maggio 1953, un giorno venni chiamato da una giovane sposa in un paese vicino che voleva delle foto del suo bambino di 2 anni mi presentai da lei, era una numerosissima famiglia aveva 8 fra cognati e cognate, tutto andò per il meglio, fra quelle cognate c’èra una ragazza di 18 anni, fu un colpo di fulmine, una ragazza con capelli cortissimi che mi affascinava, chiesi alla sposa se sapeva se era fidanzata, mi rispose questa non ha tempo di pensare ai fidanzati qui ce tanto lavoro.
 Quella di sinistra mi colpi la sua semplicità

 Fu così che inizio la mia vita sentimentale, quella grande famiglia si trovava in lutto, era mancato da poco il capofamiglia, cioè il papà di quella ragazza, mi presentai giorni dopo per portare le foto del bambino, trovai la famiglia che mi aspettava perché dovevano fare altre foto fra le quale anche quella ragazza, inizio così,che poi potei parlare privatamente,con quella ragazza, fu quella che anni dopo divenne la mia sposa. 
 queste due foto rappresentano la raccolta
dei bozzoli dei bachi da seta
non sono belle perché sono riprodotte
da vecchie foto

 ricordi di qualche passeggiata

Mancando il capo famiglia, non andò tanto bene perché la campagna era grande e i fratelli stanchi di quel lavoro incominciarono a emigrare chi a Milano, uno specialmente emigro in Canada, la campagna era grande da lavorare, e incominciavano i primi problemi. Il mio lavoro andava avanti con parecchie difficoltà, mi accorsi che la zona dove esercitavo Non era ancora cosi preparata per dare lavoro a un fotografo, per causa che rimanevano solo le donne in paese gli uomini continuavano ad emigrare, io con l’aiuto di un amico mi interessai di provare per emigrare nei mesi estivi quando c’era molto poco da fare. Intanto la famiglia della mia ragazza essendo coloni a mezzadria la cosa si fece complicata cosi dovettero lasciare la grande campagna, la ragazza con la quale avevo un rapporto sentimentale, se ne andò pure lei a Milano da un zio era ottobre del 1954, non era troppo soddisfatta del lavoro che doveva fare a servizio di una zia capricciosa cosi con l’aiuto di una conoscente in aprile 1955 emigro in Svizzera, ha Zurigo, nel frattempo mi arrivò anche a me il contratto di lavoro stagionale per i mesi estivi, il destino ha voluto che fosse proprio Zurigo.
Continua 
Buona settimana a tutti/e, con un abbraccio
 

giovedì 21 marzo 2013

ECCO A VOI QUALCOSA PER CHIAMARE LA PRIMAVERA

Carissimi amici e amiche,
interrompo i miei capitoli
sono per poco tempo.
Per sollecitare l'arrivo della primavera,
con Claudio Villa e Loretta Goggi





Spero proprio che sia di vostro
gradimento, buona serata a tutti.

martedì 19 marzo 2013

ECCO IL SETTIMO CAPITOLO

SETTIMO CAPITOLO
Appena rientrato a casa mi interessai per avere la licenza di commercio per poter esercitare La professione di fotografo ambulante, era l’inizio di fare tanti documenti, Incominciai intanto facendo un po’ di propaganda mettendo dei appositi avvisi nei luoghi, in modo che nel paese lo sapessero, Andai in una caserma di militari vicino precisamente a Feltre Belluno, Trovai subito le prime difficoltà ci voleva un permesso speciale per fare questo, La cosa che feci subito, andai a Udine dove avevo fatto il militare, li ero molto conosciuto, mi presentai al comando dove avevo dei buoni rapporti, e gli spiegai di cosa si trattava, il comandante mi accompagno, subito al comando generale della Brigata Julia, lui ottenne subito un colloquio con un tenente colonnello, la cosa e andata molto bene mi fecero una lettera che avrei dovuto portare a Padova al comando d’armata, lo feci, in non più di 15 giorni ottenni il permesso, che veniva dal ministero della difesa, il quale mi autorizzava ad entrare in tutte le caserme della provincia di Treviso, e nelle province limitrofe. Incominciavano i problemi, ho dovuto acquistare una motocicletta leggera per i miei spostamenti, attrezzai il laboratorio cioè la camera oscura di un grande ingranditore per poter stampare foto di formati fino 24x 30 centimetri, dato che anche mio fratello maggiore si sposò nel 1952 io potei avere una stanza solo per i lavori necessari per le fotografie, Partivo tutte le domeniche con la moto per recarmi delle vicine caserme dei militari in una giornata potevo frequentare dalle due a tre caserme, lunedì e martedì preparavo le foto, il giorno dopo ritornavo nelle caserme per portare le foto, e farne delle altre. I mesi passarono il lavoro non mancava, solo che era molto dura, e molto rischiosa, 2 ore di motocicletta al mattino e 2 ore alla sera con strade con poca sicurezza, cioè non era l’avvenire che io speravo. Presi una decisione, acquistai una macchina fotografica da studio, con quella fare foto e ritratti, misi nei bar, nei cafè delle informazioni di questo lavoro, tramite conoscenti, sono stato presentato ad un vecchio fotografo di una cittadina a 25 Km. Così andai due volte alla settimana per imparare la tecnica del ritocco nelle pellicole piane, E per studiare le luci, in seguito acquistai attrezzature per affetti luce riflettori e giraffa, Feci delle tratte per il pagamento rateale, il lavoro non era tanto, 80% degli uomini emigravano tutte le primavere, chi in Francia chi in Italia nel cosiddetto triangolo industriale, Cioè nelle città del centro nord, pensate che all’estate le foto che facevo erano nella maggioranza di giovani spose che le dovevo fotografare di profilo per vedere bene il loro pancione che poi spedivano le foto al proprio marito emigrante, l’inverno invece cera tanto lavoro, matrimoni, battesimi, prima, comunione, e foto per passaporti di giovani, che poi Avrebbero preso il via dell’emigrazione.
Continua

sabato 16 marzo 2013

CONTINUO I RACCONTI DELLA MIA VITA

SESTO CAPITOLO
Non avrei mai immaginato quanto bene mi sarei trovato dopo in caserma. Lui un amatore di fotografia, andava li per far sviluppare le sue foto, quando capi che io lavoravo li in camera oscura, mi disse serio, lo sai che è vietato per un soldato, io impallidii, Poi sorridendo mi disse, io vorrei darti una sanse, tu mi sviluppi delle foto che nessuno deve vedere, capii subito che lui era un vero donnaiolo, e cercava in me un complice, gli dissi subito, che su quel laboratorio io ero controllato,e non sarei stato libero di fare questo, Mi disse che ne avremo parlato in caserma. Aspettavo con ansia, cosa mi avrebbe detto il Tenente? Più tardi venni chiamato in ufficio del Tenente, gentilmente mi fece accomodare, mi disse chiaramente che dovevo fare in modo di svilupparle le sue foto, perché erano cose personali, Io le disse subito che per fare questo ci vorrebbe una camera oscura dove si possa lavorare. Con chiarezza mi disse di chiedere che la stanza si poteva trovare, io quadrai in giro e gli disse, questa stanza sarebbe l’ideale, ce il tavolo grande ci sono le luci bastava cambiare le lampade speciali oscure il resto io potevo procurarlo cioè comperare un piccolo ingranditare e le diverse bacinelle per mette a bagno le foto per lo sviluppo il fissaggio, il problema dove io passo mettere questa attrezzatura, mi guardò sorridendo mi fece vedere un grande armadio, E disse questo è il posto che ti occorre io mi interesso che da domani sia a tua disposizione. Poi mi porto nella sala dove gli specialisti di tiro al giorno facevano scuola delle coordinate di tiro, e disse se tu pensi che qui puoi utilizzare questa stanza, gli dissi subito di si il tavolo geometrico dove facevano il disegni bastava inclinarlo orizzontale, mettere la lampada speciale sul posto dove loro usavano per illuminare i disegni, tutto mi sembrò realizzabile, dalle ore 20.00 io avrei potuto usare quella stanza per fare quello che volevo. Ottenni subito i permessi che potevo uscire dalla caserma quando volevo, Ne approfittai subito, il giorno dopo procurai tutto quello che mi occorreva, avevo un permesso speciale, T.S.T. termine , spettacolo, teatrale, cioè potevo rientrare anche dopo le ore 24.00. Tutto prosegui molto bene in caserma tutti mi consideravano il fotografo della caserma, negli addestramenti esterni in montagna il mio lavoro dovevo solo seguire la colonna che trainava i pezzi cioè i cannoni e fare delle foto che poi le avrei sviluppate io in fretta perché il comando le voleva per pubblicarle sul giornale degli artiglieri di montagna. Passarono i mesi si avvicinava il tempo per la fine del servizio militare, fui chiamato dal comandante della caserma mi disse che ne pensavo , se facevo una firma lui avrebbe fatto il resto mi garantiva che in tre mesi sarei stato caporal-maggiore e dopo sei mesi avrei potuto iniziare i corsi di sergente (sottoufficiale) furono giorni difficili, prendere una cosi difficile decisione, Alla fine rinunciai, potevano capitare altri comandanti che sostituivano quelli attuali questo succedeva spesso, non ero sicuro che fosse cosi facile. Nel frattempo continuai ha studiare, Volevo imparare certi sistemi di sviluppo e stampe di fotografie, i tempi di esposizione, e i getti di raggi di luci tramite obbiettivi simmetrici, c’èra tanto da studiare su questo ramo, La teoria era necessaria per poi passare alla pratica facendo delle prove per poi poter costatare la riuscita delle prove. Finalmente arrivò il congedo, io subito mi preparai stava iniziando una nuova vita, mi sentivo Pieno di dubbi, come sarebbe andata? Ora non avevo più il laboratorio dove avrei potuto sempre chiedere spiegazioni, ero solo ma ci credevo, dovevo farcela.
Continua

giovedì 14 marzo 2013

RIPRENDO I RACCONTI, DELLA MIA MIA VITA

QUINTO CAPITOLO

La vita riprese con tanta speranza, io lasciai il lavoro del panificio, trovai nel mio paese stesso
un buon posto di garzone la mia esperienza era stata valutata, anche se ero ancora molto giovane, questo era un grande panificio con un forno moderno a vapore, veniva scaldato
Da un’altra parte con delle valvole speciali si iniettava il vapore dentro il forno, subito dopo con aria calda veniva assorbite le umidità, così potevamo cuocere una sfornata dietro l’altra, purtroppo anche qui dovevo lavorare alla notte, iniziavo alle ore 2,00 del mattino e terminavo verso le 13,00,
Alla sera dovevo preparare l’impasto principale per far lievitare poi il pane, il quale doveva riposare fino al mattino dove circa il 20 % veniva usato ogni impasto per il pane, ormai ero abbastanza esperto per questo lavoro la retribuzione non era tanto male nonostante la mia giovane età, la cosa più brutta era che il panificio non conosceva chiusure, cioè lavorava sempre, l'uni-che feste che rimaneva chiuse erano 3 giorni in tutto l’anno, Natale, Capodanno, e Pasqua, le ferie non le potevo fare perché non cerano sostituti, mi venivano pagate extra
Alla fine anno, ero contento lo stesso perché avevo un lavoro.
La mia vita dopo la guerra iniziò abbastanza bene, tutto quello che guadagnavo la davo in
Famiglia mio padre era tornato ad emigrare nel centro nord, sempre come stagionale, mia madre era quella che faceva con fatica, il bilancio famigliare.
i miei 16 anni

Nel 1947 si sposo la mia sorella maggiore, 
Induvinate! quale sono io?
qualche foto di quel giorno
 
in fretta le cose si dimenticarono non c'era più la paura della sopravvivenza, ricordo che desideravo tanto avere un orologio da polso,
Io come prendevo la mia paga la consegnavo tutta a mia madre, mio padre non terminava mai la stagione completa dato la sua già avanzata età non trovava sempre lavoro,
Per questo la mia paga era necessaria in casa, un giorni dissi a mia madre quando mi pagheranno le ferie, con quei soldi mi voglio prendere un orologio, la mamma risposi, vedremo, forse sarà possibile, però mi disse, prima portali a casa i soldi poi vedremo, arrivarono i soldi delle ferie, feci come mia madre mi avevo detto, tutto sembrava come aveva detto, cioè un giorno, si sarebbe andati dall’orefice, per comperare quel tanto desiderato orologio.
Qualche giorno dopo, ritornai a casa dopo il lavoro, mia madre mi chiamò, vieni che ti devo
Far vedere una cosa, io la seguii fino in camera, e mi disse ecco il tuo orologio, vidi un grande armadio, poi lei mi disse mi dispiace caro figlio, quel armadio era molto necessario,
I vestiti si rovinavano stando ammucchiati sulla sedia, così svanì questo mio desiderio,
io capii mia madre, lei era responsabile di fare in modo che i soldi bastassero.
Settembre 1948 gli dissi a mia madre, questa volta i soldi delle ferie non te li darò,
Mi guardò, con una sguardo severo, e mi disse, che cosa vuoi fare, questa volta?
Serio gli disse, ora che ho 18 anni voglio farmi la patente di guida, già dentro di me,
Pensavo al mio avvenire, non avrei fatto mai più un lavoro di dover lavorare di notte,
Andò molto bene in pochi mesi diedi l’esame di guida e anche teorico, fui promosso.
Sapevo che mi aspettava, il sevizio militare, giurai a me stesso che dopo il servizio, avrei cambiato, mestiere.
Alla fine del 1948, l’altra mia sorella di 24 anni scelse la via delle missioni, entrò in un convento per farsi suora, così la famiglia venne mancare anche quel piccolo contributo del suo lavoro in filanda, mia madre la prese un po’ male, ma la dovette accettare.


Le prime foto del noviziato

Nel settembre 1948, dissi a mia madre: -Questa volta i soldi delle ferie non te li darò.
Mi guardò con uno sguardo severo e mi disse: - Che cosa vuoi fare, questa volta?
Serio le risposi: -Ora che ho 18 anni voglio farmi la patente di guida.
Già dentro di me pensavo al mio avvenire, non avrei fatto mai più un lavoro in cui si dovesse lavorare di notte.

Andò molto bene, in pochi mesi diedi l’esame di guida, anche quello teorico e fui promosso. Sapevo che mi aspettava il sevizio militare, giurai a me stesso che, una volta congedato, avrei cambiato mestiere.

Nel 1949 seppi che c'era una scuola serale, io che non avevo potuto completare le scuole dell’obbligo, mi iscrissi subito, tutti dicevano che per avere un libretto di lavoro professionale era necessario il diploma della quinta elementare, la scuola iniziò a settembre, il programma era di 6 mesi, mi impegnai subito, anche perché sapevo che, l’anno dopo avrei dovuto fare il servizio militare.
Alla fine di aprile, 1950, ci furono gli esami, rimasi soddisfatto dei buoni voti ricevuti.
La pagella

I mesi che seguirono fui chiamato al distretto militare di Treviso, che fecero una breve selezione ci fecero dei test di capacità, di concentrazione, durarono un paio di giorni, in settembre mi arrivò la cartolina di precetto per il servizio militare, fui assegnato al terzo reggimento, di artiglieria da montagna,
mi dovetti presentare ha Belluno dove cerano le grandi caserme per il CAR,
Centro, Addestramento, Reclute.
I primi 45 giorni di preparazione, per poi dovevano assegnarci, il posto per il resto della ferma,
Che in quel periodo era di 15 mesi.
Finito il CAR fui prescelto, assieme a altri per fare uno speciale corso, si trattava per i collegamenti radio e telegrafo, siamo partiti da Belluno accompagnati da un ufficiale,
Siamo arrivati 12 ore dopo a San Giorgio di Cremano, in provincia di Napoli,
eccomi a San Giorgio di Cremano

 Li era il posto dove preparavano i diversi corsi di varie specialità incominciai il corso, collegamenti radio, io pensavo che, non sarei mia arrivato, fino al termine,
invece mi è subito piaciuto, era una cosa molto, interessante.
Dopo le prime raccomandazioni dai istruttori, incominciò, l’alfabeto morse, che per me non immaginavo, nemmeno come funzionava, in una decina di giorni tutti, io e miei commilitoni eravamo entusiasti, le prove di trasmissioni nelle apposite maglie per dare dei dati ai comandanti di varie batterie, le notizie, ecc. formare delle frasi con .-. E -.- fu una vera esperienza, il corso durò 45 giorni, poi venni assegnato, al gruppo di artiglieria da
Montagna terzo reggimento della brigata Julia, del gruppo Conegliano,nella caserma, San Rocco a Udine, ci furono assegnati al reparto comando dove si continuava a studiare, la cosa che mi sorprese che tutto quello che avevamo studiato, sull’alfabeto morse, non lo abbiamo usato per niente, ci dettero in dotazioni delle radio, riceventi,e trasmittenti, tutto veniva fatto in fonia. 

il pezzo carrellato di quei tempi
Di servizio alla porta carraia 
 

Una sera, in libera uscita, in città notai un, manifesto, il quale diceva se avete buona volontà, questo corso questa scuola fa per voi, si trattava di imparare e studiare fotografia, non lo so il perché a me mi venne l’idea di iscrivermi, quei poche soldi che la deca cioè la paga dei militari la usai per l’iscrizione, comperai subito dei libri, manuali, e mi buttai a capo fitto,era forse arrivato il momento, per trovare un nuovo mestiere.
Tutti i permessi che potevo avere dal comando li usavo ad andare nel laboratorio fotografico.
 
Mi esercitavo con molto interesse nella camera oscura per imparare le tecniche dello sviluppo
delle negative sia della carta, imparai a usare gli ingranditori, cominciai a conoscere le funzioni della carte e le sue specifiche funzioni secondo il negativo se era sovra esposto o sotto esposto, tutto si poteva correggere tramite il tipo di strato gelatinoso della carta da fotografia, un giorno uscendo dal laboratorio mi incontrai con un tenente comandante del reparto comando, lo salutai di scatto come l’etichetta doveva, mi domandò cosa facevo io li.
Continua



lunedì 11 marzo 2013

UN PREMIO VERAMENTE SPECIALE!

CARISSIMI TUTTI OGGI 
INASPETTATAMENTE
MI È ARRIVATO UN PREMIO.
COSA NE PENSATE?  
ho deciso che prima del capito
prossimo spero che vi piaccia questo 

L'AUTORE DI QUESTO PREMIO
È ELIO 
Buona serata a tutti
dal vostro  amico

domenica 10 marzo 2013

UNA PICCOLA PARTE DEL TERZO CAPITOLO

 Vi sembrerà strano ma vi voglio far vedere una bozza che avevo scritto dei ricordi della mia vita, la misi da parte per poi cercare di abbreviare i miei lunghi racconti. Questo fa parte sempre del capito terzo

TERZO CAPITOLO
Passarono pochi giorni, la Germania reagì con fermezza verso l’Italia considerando un tradimento, incominciarono la persecuzione giovani arrestati e internati in Germania nei Campi di concentra-mento, tanti si sono rifugiati nelle montagne, mia sorella maggiore aveva il fidanzato militare in Albania, si pensava che forse non sarebbe mai più ritornato, si sa, ma si spera sempre. I partigiani incomincia-vano ad organizzar-si, ci fu una grande confusione, Quelli che pensavano che i fascisti avessero ragione altri del parere diverso, la paura regnava In ognuno di noi, io ancora ragazzo mi chiedevo quando finirà questa tragedia. Passarono circa tre mesi, un giorno venne una sorella del fidanzato di mia sorella, ci portò, Una bella notizia, il fidanzato riuscii a piedi dall’Albania camminando sempre di notte, attraversando Iugoslavia era arrivato, però ci avvisò che doveva rimanere segreto perché era molto pericoloso i tedeschi, l’avrebbero subito arrestato come disertore. Vicino alla nostra casa abitava una famiglia , era rimpatriata dalla Francia, loro possedevano un radio con la quale ascoltavano radio Londra, una sera mentre questa famiglia ascoltava la radio in compagnia di parecchi giovani, arrivarono 2 camion pieni di soldati tedeschi, Di sicuro qualcuno li aveva avvisati, il seguito e stato mostruoso furono tutti portati via, Per qualche giorno non abbiamo sentito niente, poi arrivò la tragedia, il padrone di quella casa fu portato davanti alla porta e fucilato sul posto, il suo corpo rimase li per due giorni, Sopra di lui un cartello che diceva “tutti i traditori finiranno cosi“. La domenica dopo quando la gente usciva dalla chiesa un drappello di soldati fermò Tutti nella piazza, tutti dovettero assistere a tre condanne di tre di quelli presi che ascoltavano Radio Londra, mi ricordo che quei tre sono rimasti dopo essere fucilati legati a due alberi, in piazza per altri due giorni, tutto questo era l’inizio del nostro terrore. Una settima dopo la famiglia vicino noi fu lasciata libera, la moglie e due ragazzi della mia età, non passò che un paio di settimane che i simpatizzanti di Mussolini sostenuti dalla Germania formarono un nuovo governo con lo stato Italiano, una Repubblica, così detta ( Repubblica di Salò ) una circolare specificava che tutti i giovani erano invitati a presentarsi subito per formare un nuovo esercito, la cosa divenne molto complicata pochi giovani hanno Scelto di arruolarsi, la maggior parte scelse di darsi alla macchia nascondendo-si nelle montagne vicine, altri fondarono le prime compagnie dei partigiani, tutti coloro che non erano riusciti a raggiungere le loro famiglie perché erano del sud si sono fermati da noi organizzando Le prime resistenze, male armati ma sempre pronti al sacrificio, nei giorni che seguirono molti furono presi e internati in Germania nei campi di concentra-mento. Passarono dei mesi molto difficili i rastrella-menti fatti dai tedeschi assieme ai nuovi soldati della Repubblica di Salò prendevano dei giovani i quali non avevano fatto ha tempo di nascondersi, coloro che cercavano di scappare non avevano scampo, parecchi vennero uccisi. All’inizio del 1944 arrivò in paese una compagnia di saldati del nuovo esercito Italiano, Vennero sistemati in un grande palazzo sequestrato dai tedeschi, questi militari facevano parte di Un reggimento chiamato la ( Decima Mas ) al primo momento questi giovani sembravano che non fossero diciamo cattivi ma ben presto il paesi si accorse che non era cosi, erano tutti ambiziosi con molto odio verso il popolo, gli abitanti odiava i tedeschi e a loro non gli andava bene, iniziò così una difficile convivenza. Febbraio 1944, arrivò una compagnia di militari tedeschi, quasi tutti abbastanza Anziani, era venuta per organizzare dei lavori di fortificazioni lungo il fiume Piave, mio padre Mi guardò e disse, la cosa si ripete qui ho combattuto nella prima guerra mondiale, ora si preparano perla seconda, il suo sguardo era molto preoccupato, dal comune ci venne comunicato che tutti coloro che erano capaci di lavorare alle dipendenze dei tedeschi avrebbero guadagnato, per gli uomini 50 lire al giorno e per le donne 30 lire al giorno, Molti hanno approfittato molti anche giovani ragazzi erano pagati come le donne, il suo compito era portare acqua per dare da bere ai lavoratori. 2 mesi dopo iniziarono i lavori lungo la sponda del Piave scavarono dei fossati come cammina-menti con dei punti molto più larghi, credo fossero dove avrebbero piazzato armi più Pesanti, il lavoro delle donne consisteva con delle rami di alberi sottili rivestivano le pareti per evitare che franassero, gli uomini poi scavarono dei grandi buchi penso servissero per bloccare eventuali attacchi di carri armati, i lunghi cammina-menti portavano anche nei grandi buncher molto profondi e ai fianchi mettevano dei grossi tronchi di alberi tutti i boschi circostanti erano stati tagliati , in buncher sopra venivano diversi strati di tronchi di alberi, Tutto faceva prevenire che li avrebbero cercato di fermare gli alleati che piano piano Avanzavano da sud verso il nord.
Continua

giovedì 7 marzo 2013

8 MARZO TUTTO PER VOI DONNE

8 MARZO LA FESTA DELLA DONNA
OGGI IL GIORNO DELLA DONNA.
IO SONO CON TUTTE VOI
UNA BELLA MIMOSA PER VOI

NON POTEVANO MANCARE 
ALTRE MIE ORCHIDEE.

UN ABBRACCIO A TUTTE

martedì 5 marzo 2013

VEDENDO CHE PARECCHI AMICI E AMICHE NON AVAVANO VISTO, LA STORIA CONTINUA

  TERZO CAPITOLO
 Ben presto arrivarono dei gruppi di tedeschi, comandati da un alto ufficiale, e iniziarono dei lavori di fortificazione al Piave.
Tutti eravamo invitati a lavorare perfino i giovani per portare acqua da bere agli operai , facevano scavare dei grandissimi buncher, che a sua volta venivano ricoperti di grossi alberi che avevano fatto tagliare dai boschi, gli uomini prendevano 50 lire al giorno e le donne e i bambini 30 lire.
Ricordo le parole di mio padre! ritornano qui a finire la guerra.
 
A dire il vero intanto quei piccoli guadagni arrivati da quei lavori aveva un po’ aiutato il paese, io continuavo a fare il garzone nel panificio, finito il lavoro al mattino verso le 11.00 tante volte al pomeriggio andavo a guadagnare qualche 10 lire portando da bere agli operai, I mesi passarono sempre con la tensione e la speranza che gli alleati un giorno arrivassero, Ahimè erano molto l’ontani ancora, i partigiani che di giorno erano nascosti in montagna, Alla notte facevano delle ricognizioni per procurarsi i viveri, purtroppo succedeva spesso, Di scontri tra tedeschi e partigiani, se prendevano qualche partigiano, noi eravamo costretti a vedere certe scene disumane che quei carnefici facevano, se invece era qualche tedesco, che veniva ucciso allora la casa da dove i partigiani si erano fermati per difendersi, veniva incendiata dai tedeschi, chi provava ha spegnere il fuoco, veniva portato via dai tedeschi. Settembre 1944 un episodio mi coinvolse, io con la mia bicicletta andavo a lavorare, era una notte illuminata da una luna piena, stavo percorrendo una strada affiancata da alberi l’ombra della luna faceva strane ombre sulla strada, improvvisa-mente mi accorsi che si muovevano, Erano dei partigiani che camminavano in fila indiana, uno di questi si mise in mezzo alla strada e mi feci il segno di fermarmi, mi disse con un accento non locale capii subito che si trattava di uno dei soldati che non avevano potuto raggiungere la famiglia perché era al sud, Mi chiese subito dove andavo a quell’ora, lui sembrava molto informato Di quello che io facevo, educata-mente mi disse, lui sapeva che su questa strada c’era al giorno dei passaggi di tedeschi, io provai a dire che non sapevo, non mi credettero, con tono severo mi disse che se non parlavo mi avrebbero portato con loro in montagna, Io mi spaventai, e dissi tutto quello che sapevo, difatti tutti i giorni immancabilmente passava una grande vettura con dei alti ufficiali che da un comando del Friuli veniva a controllare i lavori di fortificazioni sul Piave, tutti i giorni la vedevo sempre alla stessa ora che mi sorpassava facendo un polverone date che la strada non era di asfalto, I partigiani dopo di avermi ascoltato si sono dileguati in fretta, io raccontai tutto quanto al mio padrone dove lavoravo, abbiamo sotto-valutato quanto stava per succedere, Terminato il mio lavoro come ogni giorno con la mia bicicletta stavo ritornando a casa, quasi dimenticato di quella notte, l’auto solita mi sorpassò, quando l’auto era circa 100 metri da me sentii un fragore di spari raffiche e scoppi di bombe a mano, lo stesso posto dove avevano parlato con me i partigiani si sono nascosti nel campo di grano che a quella stagione era molto alto, ed hanno aspettato il passaggio dell’auto, fu una grande confusione, l’auto accelerò fortemente scomparve, io con il cuore in gola arrivai a casa, Raccontai tutto a mia madre, mi sollecitò di ritornare dal mio padrone dicendo di non dire a nessuno quello che io gli avevo detto, ritornando verso casa già parecchi camion pieni di soldati tedeschi stavano nel luogo dell’attentato passai con la bicicletta con il cuore che mi scoppiava della paura, Arrivai a casa e seppi che un alto ufficiale era gravemente ferito, quel giorno stesso, i tedesche presero 20 ostaggi dal mio paese e altri dai paesi circostanti, incominciò per me e famiglia un incubo di terrore se i tedeschi avrebbero saputo che io avevo avuto quel contatto con quelli del attentato, nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo a tutti noi, Io per parecchie notti non riuscivo a dormire, per qualche ora riuscivo prendere sonno, Era sempre pieno di incubi, vedevo la mia casa che bruciava mio padre mia madre portati via mie sorelle che piangevano disperate, furono i giorni più lunghi della mia vita,
Le mie sorelle
Finalmente si seppe, l’ufficiale ferito stava riprendendosi e non mori, nessuno seppi mai di quel mio incontro con i partigiani, solo finita la guerra, dissi a qualcuno del paese ciò che era successo. Ricordo che si sentiva alla radio che gli alleati trovavano delle forti resistenze, le grandi battaglie del monastero di Monte Cassino, e tante altre località del centro Italia, le grandi fortezze volanti americane passavano sopra la nostra testa, andavano a bombardare le grandi città della Germania, era tutto un susseguirsi di notizie, ma nessuno era certo se fossero vere.Passò anche il 1944. L’inizio 1945 tutti eravamo in ansia, la speranza era solo una, che arrivassero al più presto possibile gli alleati.
Molte volte capitava di vedere nel cielo dei duelli aerei, sempre uno americano e un tedesco Le acrobazie erano spettacolari, le raffiche che si udiva erano molto chiare,
Però alla fine se ne andavano uno da una parte e una dall’altra. Non saprei dire la causa,
Forse finito le munizioni, il tempo passò sempre aspettando, io continuavo il mio lavoro, nel panificio, nonostante quanto era successo, tutte le notti con la mia bicicletta mi recavo al lavoro, si vedeva sempre più aerei da caccia americani che sorvolavano a bassa quota tenevano sotto controllo ogni piccolo movimento, perfino i carri agricoli trainati dai buoi venivano presi di mira e mitragliati, pensavano forse che fosse qualche trasporto di tedeschi perché camuffavano tutto per passare inosservati, si sentiva nell’aria che qualcosa stava cambiando, tutte le notti i partigiani scendevano e attaccavano nei paesi dove erano, sistemati i soldati, si capiva che loro non si sentivano più sicuri, anche noi non eravamo più con quella paura, venne quel giorno che arrivarono finalmente gli americani, ricordo di aver visto dei carri armati che nelle strane non asfaltate facevano un fragrante rumore, si piazzarono di fronte ai fabbricati, scuole e palazzi comunali dove erano asserragliati i tedeschi, che hanno sempre resistito agli attacchi dei partigiani durante la notte, ricordo con chiarezza che dopo qualche minuto che i carri armati si erano fermati, dalle finestre che si incominciavano ad aprirsi.
Si notavano delle bandiere bianche, se prima erano molto pochi i civili che spiavano per vedere quello che succedeva, da quel momento le strade le piazze si riempirono le campane a suonare, è stato qualche cosa indiscrivibele, in un baleno non si pensava più ha quel terrore passato, tutto era una festa, mi ricordo di nuovo le parole di mio padre. Ora ci credo il fronte che avevano preparato non era necessario, la guerra è veramente finita.
Continua 
Carissimi amici e amiche, spero che ora tutti potranno rileggere questi miei racconti. un abbraccio forte a tutti/e

sabato 2 marzo 2013

OGGI VI VOGLIO FAR VEDERE LA PAROLA PROBLEMI

Carissimi tanto per cambiare, oggi
vi faccio vedere questo  scritto 
e spero che alla fine vi piaccia
lui a modo suo vi spiegherà 
cosa sia la parola, problemi!
dell'amico Illario


PROBLEMI”

Problemi. E chi non ne ha? Ma non è questo il punto che vorrei illustrare. Intendo piuttosto commentare l’uso di un vocabolo molto utilizzato, sia a proposito come pure a sproposito.
Quante volte incontriamo dei conoscenti per la strada e ci rivolgiamo loro con la consueta frase di rito: «Come va?». Nel migliore dei casi ci sentiamo rispondere: «Bene! Sono senza problemi!». E, nel peggiore: «Bene! Ma ho dei problemi!». Di solito replichiamo: «Sì, ma quali?». E di rimando: «Sono andato dal dentista e mi ha confermato che ho problemi ai denti!». Che ne dite? Non sarebbe stato meglio che avesse replicato: «… che ho i denti cariati!»?
Un altro esempio. «La mia macchina ha problemi quando sto per partire!». Una risposta migliore e più appropriata avrebbe potuto essere: «Presto dovrò cambiare la batteria della macchina perché si scarica facilmente!».
Per non parlare poi della televisione. Quante volte il telecronista parla di problemi: «Ci sono problemi di audio… Il governo ha problemi di stabilità... Le banche hanno problemi di liquidità... Il metano russo ha problemi di passaggio in Ucraina... All’uscita dallo stadio ci sono stati problemi di ordine pubblico… Le borse hanno avuto dei problemi …».
A questo punto mi risulta inevitabile ricordare gli insegnamenti della mia maestra elementare. Lei, più che consigliare, ci ordinava di non usare mai il verbo fare. Lo riteneva un modo non appropriato di esprimersi in lingua italiana. Per dimostrarlo ci sottoponeva questo esempio: «Vedete, non si dice mai … ho fatto questo o quell’altro lavoro, ma ho eseguito il tal lavoro». Ed ancora: «Dire mi sono fatto la barba è un termine sbagliato, molto meglio usare l’espressione … mi sono rasato». Se fosse ancora tra noi, non so proprio come reagirebbe al linguaggio moderno di questa nostra Italia.
In verità non conosco come avviene oggi, fin dalle scuole primarie, l’insegnamento della lingua italiana. Mi sorge però il dubbio che le insegnanti, pur avendo la buona volontà di fare, pardon, insegnare, siano piene di problemi!
«Ci sono problemi per trovare professori ai corsi di Università!», afferma la nostra coordinatrice. Le ragioni, spiega, sono da ricercarsi nel fatto che «uno è diventato nonno, e adesso ha problemi con il nipotino; un altro non ha ottenuto il rinnovo della patente per problemi di vista!». Come si può notare, giriamo intorno e sempre di problemi si parla.
Un giorno stavo conversando, naturalmente di problemi, con uno studente di ingegneria elettronica. Anch’egli si dichiarava contrario alla consuetudine di inserire il famigerato termine in qualsiasi discorso e ad un certo momento è sbottato nel seguente commento: «Ma è mai possibile? Come, tutta questa gente ha sempre tanti problemi? Uno dei pochi ad averne sul serio sarà proprio il sottoscritto, quando dovrà dimostrare, al prossimo esame di analisi I e analisi II, come si risolvono davvero i problemi!».
Gli esempi potrebbero moltiplicarsi senza fine. Ve ne racconto un altro, accaduto in diretta mentre scrivo. Sono in casa, solo con mia moglie. Mi sposto da una stanza all’altra e la sento dialogare confidenzialmente al telefono, presumo con un’amica. Poi percepisco nitidamente una frase che mi colpisce, come una spada, dritta al cuore: «Sai, anch’io ho problemi di seno!». Mi sento trasalire ed un lungo brivido mi percorre la schiena. Mille pensieri attraversano la mia mente. Sono sconvolto e mi chiedo: «Avrà dei noduli? E da quanto tempo? Avrà dei dolori? Come mai non me ne ha parlato? Perché non mi ha confessato tutte queste preoccupazioni?». Passano interminabili alcuni minuti. Finalmente il telefono tace. Assoluto silenzio. Con passo felpato mi avvicino e, con un filo di voce tremula, tanto sono teso e preoccupato, le chiedo: «Come mai non ti sei confidata con me, a proposito dei problemi al seno?». Ecco, l’ho detto. Anch’io ci sono cascato! Un tenero sguardo ed un bel sorriso di mia moglie mi rinfrancano subito. La sua voce calma, suadente e serena mi giunge all’orecchio come un suono melodioso: «Ma lo sai da sempre che il mio seno è abbondante! Il peso mi fa camminare ricurva, con molta difficoltà!». E mentre lei riprende tranquilla le sue faccende, io resto lì a meditare sui problemi che mi ha ispirato il suo problema.
Rasserenato, rifletto e concludo che non può finire così. Alla prima occasione spiegherò anche a mia moglie il modo improprio di esprimersi quando si espongono dei problemi. Sarà così l’occasione ed un motivo in più, anche per il sottoscritto, di cercare di rimuovere la consuetudine, il costume, l’attrazione, il fascino e quant’altro dell’uso della parola problemi. Ahi! L’ho ridetta un’altra volta! D’ora in poi non lo farò più, lo prometto!
Non so che opinione avrete di me dopo aver letto questo scritto. Spero soltanto che non tirerete questa conclusione: «Questo si che ha un sacco di problemi!».



Illario Zabotti


Pieve di Soligo, Gennaio 2009

Spero che alla fine vi sarete fatto 
una bella interminabile risata.
Un calorosa saluto a tutti/e.
il vostro affezionato.